PARLIAMONE CON... ANDREA ROVERE

Un vascello affondato "democraticamente"

Quali possibili scenari in vista all'indomani delle prossime elezioni politiche?

Onestamente, non pensavo mi sarei mai trovato a citare Maurizio Belpietro, ma devo senz'altro riconoscere che la sua analisi in merito ai possibili scenari post-elettorali sia di gran lunga la più acuta ed intelligente in circolazione in questi giorni (almeno per quanto abbia potuto appurare sfogliando i più noti quotidiani). Scrive infatti il giornalista su La Verità: “Nel caso in cui Gentiloni riuscisse a schivare le trappole che il suo compagno di partito Matteo Renzi ha disseminato lungo il percorso, evitando cioè di finire impallinato sullo ius soli e altre corbellerie del genere, ai primi di gennaio, diciamo nella prima quindicina del mese, tra l'8 e il 10, il presidente della Repubblica firmerà il decreto di scioglimento delle Camere, mettendo in calendario le nuove elezioni entro il mese di marzo. I tempi coincidono: nel 2013 si votò a febbraio, dunque siamo a cinque anni esatti di distanza per rivotare. Nel caso tutto procedesse secondo i piani, i seggi verrebbero aperti con un governo in carica e non dimissionario, un passaggio che, come vedremo, è determinante per il raggiungimento dello scopo che Quirinale e Palazzo Chigi si prefiggono. Aperte le urne e certificato il risultato, se non ci fosse un vincitore, le decisioni sarebbero conseguenti. Invece di affidare l'incarico esplorativo a qualcuno, come per esempio cinque anni fa, quando Giorgio Napolitano incaricò Pier Luigi Bersani nonostante sapesse che il segretario del Pd non aveva nessuna chance di fare un governo con i 5 stelle, Mattarella lascerebbe in carica Gentiloni invitandolo a presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia. In tal modo il capo dello Stato salterebbe a piè pari la liturgia delle consultazioni, evitando di dare l'incarico a Luigi Di Maio, qualora i 5 stelle si rivelassero il primo partito, o a Matteo Salvini, nel caso la Lega scavalcasse Forza Italia all'interno della coalizione di centrodestra. In questo modo si scongiurerebbe lo stress di settimane senza governo e senza soluzioni politicamente e finanziariamente compatibili. O per lo meno questa è la scusa. Il senso è chiaro. Invece di perdere tempo con chiacchiere inutili, meglio verificare subito i numeri dei singoli partiti alle Camere e poi decidere di conseguenza. Ma siamo sicuri che il disegno di Mattarella e compagni democristiani sia tutto qui? Beh, la risposta è no, perché dalle parti del Quirinale girano molte chiacchiere, la più inquietante delle quali per obbligo professionale vi riferiamo. In sostanza, nelle ultime settimane, dopo aver incrociato sondaggi e dichiarazioni, qualcuno ha immaginato il seguente scenario.
Mettiamo che vinca il centrodestra, cioè che Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia facciano il pieno di voti. Il giorno dopo il trionfo che cosa succederebbe? Matteo Salvini, se vincesse con più voti di Silvio Berlusconi, per prima cosa metterebbe mano alla legge Fornero e subito dopo chiederebbe un ministro dell'Interno che applicasse il blocco navale nei porti di fronte alla Libia. Per lo meno se intendesse tenere fede al programma su cui ha costruito il suo successo elettorale. Ma su entrambi i fronti Silvio Berlusconi, che se non vincesse in termini di voti potrebbe essere comunque il vincitore morale delle elezioni, non la pensa come Salvini. Dunque? Il rischio sarebbe che il centrodestra si spaccasse ancora prima di cominciare. E se invece fosse il caro vecchio Silvio ad arrivare primo, surclassando la Lega? Che succederebbe? Il Cavaliere deciderebbe il premier. Ma dopo, tra Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia che equilibrio si instaurerebbe? Al momento litigano e nessuno è certo della vittoria, ma dopo? Ecco, è su questo scenario che si innesta il disegno vagheggiato sul Colle. Nel caso in cui vincesse il centrodestra (cosa assai probabile), ma il centrodestra non si mettesse d'accordo, quale sarebbe la soluzione? La risposta partorita dai cervelloni di Mattarella è semplice: si lascia Gentiloni. Il presidente del Consiglio è in carica e, se non esiste una maggioranza diversa, resta al suo posto. In pratica il premier verrebbe rimandato alle Camere a chiedere la fiducia e, nel caso la ottenesse, la partita sarebbe chiusa”.
Ora, Belpietro o non Belpietro, simili ragionamenti sono assai sensati, e dovrebbero aiutare una volta di più a comprendere lo stato attuale della democrazia, questa parola magica che difendiamo con le unghie e con i denti e che tuttavia, nel passaggio dal concetto ai fatti, finisce col somigliare sempre più ad una farsa in cui tutto è già deciso a dispetto del volere dei cittadini, il quale ha invece ben poca rilevanza. Basti pensare ad esempio al Rosatellum, una legge elettorale realizzata (parrebbe) ad hoc per favorire una grande coalizione targata PD-FI. Dopo averci rimbambiti per anni con l'assillo di una legge che garantisse la governabilità, e quindi con premio di maggioranza, ecco che ora il premio viene abolito poiché, in questo caso, potrebbe ritorcersi contro i rappresentanti di quell'establishment che ormai da anni porta avanti il piano (se non è questo un piano scientemente organizzato, non saprei proprio come definirlo) di indebolimento e svendita totale del Paese.
E non sembra questo uno scenario da partita a carte truccate?
Ma il pregio dell'analisi di Belpietro è quello di vedere anche oltre le “contromisure” già adottate al fine di ottenere un certo risultato una volta aperte le urne, evidenziando come la strategia di annullamento della volontà popolare si estenda ad ulteriori possibili giochi di prestigio che assicurino le poltrone del comando ai “designati” (chissà da chi...).
Stiamo dunque con gli occhi bene aperti, poiché dietro la montagna di chiacchiere su Ius Soli, fake news e allarme neo-fascismo sembra proprio nascondersi l'ennesimo “maneggio” per gabbare gli italiani e neutralizzare gli effetti di un malcontento che, se ben canalizzato, potrebbe portare alla ribalta soggetti politici non allineati a certi imperativi attraverso i quali si è fatto strame dell'Italia – e degli italiani – riducendola nelle condizioni in cui versa oggi: un Paese impoverito, succube, marginale. Un vascello affondato... “democraticamente”.

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