PARLIAMONE CON... ANDREA ROVERE

I 40 sono i nuovi 20? Anche no!

Certo i tempi sono cambiati, e oggigiorno ha senso parlare dei quarantenni come persone sostanzialmente giovani. Ma pensare addirittura ai 40 come ai nuovi 20, non è forse un po' troppo?

Udite udite!
Nelle sale italiane è in uscita una nuova commedia d'oltre oceano!
Che novità!
E stavolta, a quanto pare, qui da noi risponderà al titolo di “40 sono i nuovi 20”.
Ebbene... Stando al promo, si tratta della storia di un'attraente neo-quarantenne, madre single di due pargoli (benestante e fresca di divorzio), che viene travolta dalla passione per un bel giovine poco più che ventenne. Presa per certi versi alla sprovvista, lì per lì va un po' in paranoia a causa dell'infrazione del tabù sociale che ancora – ancora poco, e per poco – aleggia sulle coppie nelle quali la donna sia notevolmente più “grande” dell'uomo, ma alla fine l'esperienza sarà positiva e tutto si risolverà in un'iniezione di ottimismo riguardo il futuro di chi si affaccia alla seconda metà della vita da donna single. E proprio da qui dovrebbero scaturire la “morale” del film e un certo messaggio già per certi versi anticipato nel furbissimo titolo italiano.
Premetto subito che il film non l'ho visto e non lo vedrò (se la morosa dovesse impazzire di botto e propormelo, fingerò un attacco di panico), e che questa non è critica cinematografica.
Sono state banalmente le poche scene del promo e soprattutto quel titolo a farmi riflettere, a prescindere da come possa poi svilupparsi il film nella sua interezza (sono giusto andato a leggermi la trama on-line e ho lavorato un po' di fantasia).
Ciò che mi ha colpito è che, pur memore di altre pellicole in cui, in qualche modo, si trattava questo tema, anche se magari solo di sguincio, qui si parte con una precisa dichiarazione d'intenti sotto forma di affermazione. Un'affermazione che a suo modo racchiude un mondo in sé, quel mondo che via via va delineandosi in modo sempre più definito.
Facciamo allora un passo indietro...
Siamo tutti figli di un certo tipo di società. Il modello borghese consolidatosi nel corso del diciannovesimo secolo prevedeva tendenzialmente famiglie composte da mariti che di anni in più della moglie ne avevano anche venticinque, e questo soprattutto perché si ragionava secondo la logica del “buon matrimonio”. Per la donna di quel tempo, ancora schiacciata da una realtà patriarcale e per molti aspetti maschilista, senza prospettive d'indipendenza economica, né tantomeno di opportunità decenti in tal senso, fare un “buon matrimonio” significava sostanzialmente accasarsi il prima possibile con un uomo dalla posizione molto solida che le avrebbe consentito una vita agiata. Il classico “buon partito”. D'altro canto, per un uomo significava invece impalmare una giovane e fresca figliola di aspetto e modi aggraziati, la quale lo avrebbe ricompensato delle agiatezze che egli le offriva garantendogli una vispa progenie e occupandosi della gestione della casa e delle questioni famigliari in genere.
Stiamo certo parlando di borghesia, poiché, per quello che nel secolo successivo verrà categorizzato “ufficialmente” come proletariato, le cose erano un po' diverse. Ma siccome la società si è evoluta proprio su ispirazione del modello borghese, in quanto i proletari stessi, lungi dall'essere classe rivoluzionaria, volevano per lo più – e ragionevolmente – migliorare le loro condizioni di vita e divenire borghesi essi stessi, ha senso fare riferimento a quelle condizioni specifiche.
Ma non è tutto qui.
In realtà, al di là delle logiche borghesi ottocentesche, vi sono anche ragioni d'altro genere sulla base delle quali si è sviluppata la tendenza alla formazione di coppie in cui le donne siano più giovani dei propri compagni – pur senza le esagerazioni a cui si accennava poco sopra –, e tali ragioni hanno radici molto più antiche e profonde.
Checché se ne dica, la biologia parla chiaro: una donna attorno ai vent'anni, da un punto di vista organico, è nel momento più adatto alla riproduzione. Al di là della piega che ha preso la società alle nostre latitudini, questo è un fatto che rimane, e che da sempre ha inciso spontaneamente nella formazione dell'assetto sociale riguardo certi aspetti.
Non solo, ma diversi studi in ambito psicologico hanno evidenziato come le donne, in virtù di alcune loro caratteristiche peculiari che le portano – ad esempio – a sviluppare con maggiore facilità una concreta rete sociale di supporto emotivo intorno a sé, tendano ad affrontare la vedovanza in terza età molto meglio degli uomini. E non è infatti un caso che siano proprio questi ultimi a vivere tendenzialmente di meno, e che nelle coppie anziane sia appunto molto più spesso la donna a rimaner sola.
Tutto questo – che non è certo tutto – per cominciare a comprendere che alla base di una certa tendenza consolidatasi nei secoli via siano ragioni storico-culturali – discutibili quanto si vuole – ma anche ragioni “di natura”, e che ciò che accade oggi, di cui il film si fa testimone non imparziale (supposizione mia), sia in qualche modo di estremo interesse, poiché ci parla, non solo di noi stessi, delle nostre trasformazioni, ma anche della volontà del mercato – organismo ormai regolatore invece che regolato – di far procedere il cammino dell'essere umano/consumatore in una certa direzione.
E dunque, i quaranta sono i nuovi venti.
E se i quaranta sono i nuovi venti, allora addio stabilità famigliare, addio sacrifici in un ottica comunitaria, e largo alle famiglie allargate, al capriccio individuale, alla chirurgia estetica per rimuovere i segni del tempo e al consumismo frenetico di chi deve riempire il vuoto di un'esistenza in superficie attraverso gadget sempre nuovi, locali alla moda, vacanze in luoghi esotici, tanti hobby e tanti flirt.
Per il mercato, una vera manna del cielo.
Del resto, siamo partiti da quello che, più che il titolo di un film, sembra essere un claim pubblicitario, uno slogan. Insomma, un messaggio ben preciso; il quale, in un capolavoro di società come quella attuale, in cui al diritto ad essere vecchi abbiamo sostituito il dovere di essere giovani, non può che avere grande presa sul pubblico (e ad Hollywood lo sanno bene).
Eh sì, perché qui ragionare i termini di dicotomia uomo-donna, invece che in una logica trasversale, sarebbe fuorviante. L'obiettivo pare infatti essere la rottura totale, ed indiscriminata, con qualsiasi tipo di tradizione, di costume, di tabù del passato, per proiettarsi in una realtà nuova, “moderna”, direbbero alcuni, in cui la regola è spesso caratterizzata dall'assenza di regole, poiché ad una morale comune condivisa si va sempre più sostituendo la morale soggettiva dell'individuo. Bene da un lato, certo, poiché senz'altro si sono verificate nelle epoche passate distorsioni notevoli derivanti dal peso di una morale borghese implacabile ed asfissiante; male tuttavia dall'altro, poiché alla misura si preferiscono le estremizzazioni di un essere umano che si percepisce tanto più “libero” quanto più può affermare il proprio diritto a fare come caspita gli pare, senza più tener conto del fatto che siano proprio i comportamenti dei singoli su larga scala a marcare l'ordine sociale e a delineare in prospettiva le tendenze future della società. Per intenderci, dire e credere che i quaranta siano i nuovi venti, equivale a fomentare un edonismo di massa il cui approdo, seppure attraverso modalità diverse per uomini e donne, è la perpetuazione della condizione adolescenziale in eterno, e gli esiti grotteschi di questo processo, in atto ormai da diversi anni, sono già oggi ben visibili.
Vero è che da generazioni di donne la cui educazione sentimentale è stata affidata a Sex and The City, e di uomini il cui approccio alla sessualità si è sviluppato attraverso YouPorn, in una girandola di “MILF”, “cougar” e “mistress” che ti pigliano a frustate sulle chiappe, non ci si possa aspettare qualcosa di molto diverso.
E tuttavia è il caso di prendere coscienza del significato profondo dello “sdoganamento” di certe tendenze e delle implicazioni che questo ne determinerà a livello sociale.
Una donna deve sì avere il diritto di concedersi un'avventura con uomo molto più giovane, se lo desidera, e di non dover essere per questo condannata in alcun modo. E deve avere anche il diritto di sposarselo, così come ognuno dovrebbe avere quello di amare chi desidera.
Nondimeno, una società in cui le tendenze dei coniugi Macron fossero la regola – o anche solo un qualcosa di consueto – invece dell'eccezione, sarebbe una società completamente diversa sotto numerosi aspetti, nella quale si andrebbe a marcare un'ulteriore e molto significativa distanza fra l'uomo e la natura.
Una simile società è per me poco auspicabile; per altri è il progresso.
Vale però la pena di capire di cosa si stia parlando, perché al di là delle belle intenzioni e dei sogni diurni, troppe persone non sembrano avere ancora la benché minima coscienza del rovescio della medaglia di ciò che spesso viene presentato loro come il trionfo della libertà, in alcuni casi, dell'uguaglianza, in altri, della modernità, in altri ancora, e via dicendo.
Un'espressione di autentica libertà è banalmente quella di darsi il permesso d'essere quarantenni con tutto ciò che questo significa ed in tutto il suo intrinseco valore, non la negazione del tempo che passa e delle differenze fra le diverse età della vita. Riconoscere che vi sia un tempo per tutto, senza per questo irrigidirsi in schemi limitanti e disfunzionali (avere quarant'anni NON significa affatto essere dei Matusa, specie oggigiorno), è non solo sintomo di saggezza, ma già in sé la chiave per liberarsi da uno dei gioghi più oppressivi della modernità, quello che ci fa schiavi dell'inautenticità nell'illusione d'essere davvero noi stessi solo quando prendiamo a pensarci del tutto come individui e non anche come parti di un organismo complesso e delicato.
Che allora ci si possa talvolta comportare a quarant'anni come dei ventenni, e percepirsi in generale ancora giovani, ben venga. Che però i 40 siano i nuovi 20, anche no.

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